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Andy Warhol: l'arte in serie
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| Da: fra il: Mar 25 Gennaio, 2005 [15:01 UTC] |
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Il rapporto tra il design e il mondo dell’arte è sempre stato controverso: si tratta pur sempre di creazione artistica, di tensione verso la bellezza, ma i vincoli tecnici e la produzione in serie lo allontanano dalla classica idea di arte. La mostra “The Andy Warhol show”, conclusasi in questi giorni alla Triennale di Milano, ci ha fornito uno spunto per una possibile risposta.
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Il rapporto tra il design e il mondo dell’arte è sempre stato controverso: si tratta pur sempre di creazione artistica, di tensione verso la bellezza, ma i vincoli tecnici e la produzione in serie lo allontanano dalla classica idea di arte. La mostra “The Andy Warhol show”, conclusasi in questi giorni alla Triennale di Milano, ci ha fornito uno spunto per una possibile risposta. Il lavoro del discusso fondatore della pop art ci ha fatto pensare che probabilmente il quesito è mal posto: prima di chiederci se il design si possa annoverare tra le arti bisognerebbe probabilmente chiederci di cosa si parla realmente quando si parla di arte.
Andy Warhol è stato prima di tutto un eccellente comunicatore, che meglio di qualsiasi altro artista ha saputo interpretare i cambiamenti rivoluzionari in atto nella società del benessere e dei consumi degli anni ’60, comprendendo i potenti meccanismi della pubblicità e utilizzandoli nell’impostare tutta la sua filosofia, la sua poetica artistica, ma soprattutto la sua vita, al punto da essere considerato un’opera d’arte a sua volta. Andy Warhol, con la sua personalità e con la sua immagine, rifletteva i desideri della cultura consumistica americana e la sua opera non è altro che un prolungamento coerente con tutto questo. Le sue serigrafie in serie di personaggi famosi o di prodotti di largo consumo diventano il manifesto di un’ attenzione maniacale all’immagine, all’apparenza, e soprattutto sfidano sfacciatamente il mondo dell’arte tradizionalmente intesa: fino all’avvento della pop art l’unicità era una caratteristica fondamentale per connotare un oggetto, un quadro, una scultura o quant’altro come un’ opera d’arte. Warhol ammette, e vi pone l’accento, la contaminazione dell’arte da parte della produzione in serie tipica della grande industria fordista di quegli anni: crea una struttura, la Factory, che tra gli anni ’50 e ’60 ha prodotto le sue opere ad un ritmo incalzante. L’artista non realizza più la sua opera, ma si limita ad idearla, firmarla, al massimo a rifinirla in qualche particolare. Warhol sfida così il fondamento stesso dell’arte occidentale basata da sempre sull’unicità dell’opera, utilizzando la tecnica della serigrafia e sottolineando paradossalmente che un’opera d’arte dovrebbe essere anonima e che chiunque potrebbe fare il suo lavoro.
Andy Warhol crea quindi una sorta di “fabbrica”, un luogo deputato alla produzione in serie di immagini tutte uguali, avvicinando il mondo dell’arte non solo alla produzione industriale, ma anche ai meccanismi legati al consumo di prodotti standardizzati. Andy Warhol stravolge il concetto di arte.
Il design si occupa di aggiungere la bellezza alla funzionalità degli oggetti di uso comune. Si tratta di oggetti prodotti in serie, collocati sul mercato a prezzi spesso elevati ma comunque accessibili ad un gran numero di persone. Si tratta quindi di oggetti di consumo. Annoverare questi oggetti tra le opere d’arte ci sembra soprattutto una presa di posizione intellettuale sul concetto di arte. Da che parte stiamo? Con Warhol o con la tradizione?
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