“Vengo da un’educazione che risente molto di quello che è successo in Germania alla fine degli anni Venti, Trenta e Quaranta. Era un’epoca segnata, tra l’altro, dall’ossessione della perfezione (...) Per questo l’idea della bellezza assoluta mi ha sempre dato fastidio”.

Questo è il credo di
Gaetano Pesce. E certamente non può non essere notato da chi, appena entrato, si trova di fronte a tre coloratissimi vasi di poliuretano dalla forma assolutamente imperfetta. E' l'inizio della mostra su questo artista alla
Triennale di Milano, oltre duecento pezzi esposti fino al 18 aprile. Oggetti, ma anche disegni, foto, testi e video di uno degli architetti meno architetti del nostro tempo, un maestro di tutte le materie nuove (resine sintetiche, poliuretano) ma anche di quelle semplici e antiche come i feltri, i sacchi da imballaggio e di tutto ciò che si possa manipolare e reinventare.
Tutto si muove in questa mostra, tutto si sposta: gli oggetti, presentati sui carrelli del supermercato; il percorso espositivo, che cambia ogni quindici giorni. Un personaggio conosciuto scelto tra politici, sportivi, cantanti, (non necessariamente un esperto) ha infatti il ruolo di curatore temporaneo e sceglierà di volta in volta di mostrare alcune opere e nasconderne altre che verranno coperte con teli colorati, in attesa di essere recuperate più avanti. In questo modo si vuole ribadire il concetto che tutto, anche una mostra - come i luoghi, le teorie, le mode - è soggetta al logorio del tempo: è il tempo l’attore più importante, il vero oggetto che viene mostrato ed esibito.

Il tempo è infatti una delle ossessioni di questo architetto. Non a caso il cuore dell’esposizione è un’installazione assolutamente inedita che si chiama
“Il rumore del tempo”, che si trova nell’ultima delle nove stanze della mostra, ma non alla fine del percorso espositivo. Il trascorrere del tempo si avverte attraverso nove pendoli di varie altezze che scandiscono rintocchi diversi, in mezzo alla stanza suoni di sgocciolio d’acqua. Alle pareti, una di fronte all’altra, due lampade “O’sole mio” che girano in senso antiorario.

Ammirando le opere nelle varie stanze, con Gaetano Pesce a fare da cicerone (non in prima persona, ma dallo schermo di un palmare), si può notare come egli concepisca idee che quasi mai possono dar vita ad oggetti destinati alla produzione: ne scaturisce una bellezza “imperfetta”, perché dominata da regole non predeterminate e “unica”, in quanto l’artista è contro la standardizzazione e polemizza contro l’oggetto ideato esclusivamente per la produzione in serie.
Infatti nella prima stanza il modello della celeberrima
“Torre di São Paulo”, con i piani diversi uno dall’altro, sancisce il diritto degli oggetti ad essere distinguibili, come invece non avviene nella produzione standardizzata. Il “malfatto” come nuovo canone estetico fuori dalla rigidità della perfezione.

Nella terza sezione della mostra si può ammirare per la prima volta
“Feminino”, una enorme poltrona-busto di donna in gomma e crine di maiale. “Pesce è uno degli esempi più radicali nel panorama artistico internazionale” dice Silvana Annicchiarico, curatrice della mostra. “Choc, violenza, sangue invadono la sua opera, fanno parte della potenza espressiva dell’artista che percepisce il suo tempo”.
Ogni stanza della mostra ha un colore diverso. E anche un suo odore, dal popcorn al cedro, per sottolineare i limiti del visivo e coinvolgere altri sensi.

Nella stanza “Design come espressione politica”, c’è anche il famoso
“Tramonto a New York” del 1980. Concedendosi una licenza d’artista, Pesce fece tramontare il sole dietro le Twin Towers nel rivestimento di un mobile da salotto borghese che riproduce lo skyline della città-simbolo dell’Occidente.
Dalla mostra dedicata a Pesce si può uscire sconcertati, scossi, anche allibiti. Ma sicuramente alcuni luoghi comuni saranno spazzati via dalla mente del visitatore.