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Inverse Manufacturing
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| Da: mgalanti il: Ven 09 Settembre, 2005 [05:45 UTC] |
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Si puo' fare piu' che riciclare: modularizzare i prodotti per riutilizzare i componenti
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Uno dei problemi che ci si dovrebbe porre, quando si progetta un prodotto è “cosa gli succede quando l’utente decide di cambiarlo?”. Chiaramente, nel caso questo venga buttato via, si verifica un notevole spreco.
La chiave sta dunque nel riciclaggio, in modo da poter recuperare il materiale. Ma si può anche fare molto di più: se invece di progettare un componente per utilizzarlo in un unico modello di prodotto, e costruirlo di materiale economico, lo si progetta in modo che possa essere utilizzato su più modelli e in modo che non si deteriori con l’uso e il tempo, invece che recuperare il materiale è possibile recuperare, e riutilizzare, l’intero componente. È proprio questa la logica alla base dell’Inverse Manufacturing. Infatti, in un prodotto sono spesso relativamente pochi i componenti che ne costituiscono concretamente il valore aggiunto rispetto a quelli delle generazioni precedenti, o che ne svolgono effettivamente la funzionalità. Alcuni componenti sono “di supporto”, e potrebbero essere usati in più prodotti, e generazioni di prodotto, con pochi accorgimenti (e costi), e con molti vantaggi. I due principali accorgimenti sono che i prodotti devono essere altamente modularizzati, e che i componenti devono essere costruiti per durare nel tempo, e quindi bisogna investire un po’ di più nei materiali e nella progettazione degli stessi.
L’Inverse Manufacturing sta prendendo sempre più piede tra molte aziende (soprattutto giapponesi). Una di queste aziende è Fuji-Xerox, che costruisce le sue macchine fotocopiatrici ri-utilizzando il 70% dei componenti, riducendo così del 75% le emissioni di CO2 nell’aria e, aspetto tutt’altro che trascurabile, ottenendo un risparmio di oltre 500.000 dollari all’anno.
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