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Che noia questo design tutto uguale
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dom 25 febbraio 2007 12:46 Pubblicato in Approfondimenti
Tags: omologazione, design.
Una interessante intervista di Repubblica a Massimo Morozzi, art director di Edra: "Tecnologia e globalizzazione fanno esaltare la banalità"
«La globalizzazione e la tecnologia hanno rivoluzionato la società. Hanno però reso tutto piuttosto simile e banale. Ormai è veramente difficile, tranne che per pochissimi eccelsi casi, capire se un oggetto è stato fatto in Giappone piuttosto che in Finlandia o Sudafrica, non ci sono più diversità, segni distintivi». Massimo Morozzi, architetto, ha alle spalle una lunga carriera di designer incominciata negli anni ‘60. Ha fatto parte del gruppo Archizoom, e ha lavorato per quasi tutte le principali aziende italiane nel settore dei mobili. In particolare vent’anni fa ha partecipato alla nascita di Edra, società per la quale oggi è art director. Sulla sua mail riceve ogni giorno decine di proposte, anche se, come spiega, «ogni volta che ho azzeccato qualcosa è perché me la sono andata a cercare, prendendo spunto da quello che mi circonda, dall’arte e dalla moda e anche leggendo, come è successo quando ho scoperto in Brasile i fratelli Campana, due geni del design e con i quali continuo a progettare». Gli abbiamo chiesto di diagnosticare lo stato di salute del design italiano, a pochi mesi dall’appuntamento internazionale più importante che è quello del Salone del Mobile milanese.
Perché secondo lei il design è diventato tutto uguale?
«Intanto perché si lavora solo al computer che è si una grande cosa, ma ha anche il difetto di far perdere il contatto con la realtà, la sensorialità, il piacere del tatto. La matita dov’è finita? E’ inevitabile che se tutti usano lo stesso strumento i risultati si assomiglino sempre di più».
E le scuole in tutto ciò che ruolo hanno?
«Ai miei tempi le scuole neanche esistevano. Oggi sono davvero troppe, anche questo rende i progetti molto omologati, spesso si insegnano le stesse cose a scapito dell’originalità».
Ma servono tutte queste scuole?
«Condivido pienamente Magistretti quando diceva che la vera base del design è l’umanesimo e che è fondamentale studiare bene il greco ed il latino. Il design è una missione destinata a rendere l’umanità più ricca e più felice».
Oggi dire che non c’è più creatività tra gli italiani sembra essere lo sport nazionale. Siamo davvero così malmessi?
«Purtroppo è la verità. Il design sarà sempre uno dei punti forti dell’Italia, qui abbiamo le aziende, che sono riuscite a coniugare perfettamente tradizione e tecnologia come nessuno al mondo, ma del fulgore creativo che ha vissuto la nostra generazione non c’è più traccia. Bisogna cercare i talenti fuori dall’Italia».
Che cos’hanno di così speciale i fratelli Campana?
«La straordinaria capacità di essere allo stesso tempo locali, quindi riconoscibili in quanto brasiliani, e di piacere globalmente».
Cosa vede nel futuro del design?
«Mai come ora il design si è intersecato con la gastronomia. I grandi chef sperimentatori di nuove forme, nuovi accostamenti, nuovi sapori stanno diventando a loro modo designer».
E nel suo, di futuro?
«Ormai io disegno molto poco, di contro parlo tantissimo, viaggio però in continuazione, mi confronto e tento di scoprire cose nuove. Forse vorrei vivere in Toscana e cucinare».
Repubblica.it - Supplemento Affari e Finanza
Perché secondo lei il design è diventato tutto uguale?
«Intanto perché si lavora solo al computer che è si una grande cosa, ma ha anche il difetto di far perdere il contatto con la realtà, la sensorialità, il piacere del tatto. La matita dov’è finita? E’ inevitabile che se tutti usano lo stesso strumento i risultati si assomiglino sempre di più».
E le scuole in tutto ciò che ruolo hanno?
«Ai miei tempi le scuole neanche esistevano. Oggi sono davvero troppe, anche questo rende i progetti molto omologati, spesso si insegnano le stesse cose a scapito dell’originalità».
Ma servono tutte queste scuole?
«Condivido pienamente Magistretti quando diceva che la vera base del design è l’umanesimo e che è fondamentale studiare bene il greco ed il latino. Il design è una missione destinata a rendere l’umanità più ricca e più felice».
Oggi dire che non c’è più creatività tra gli italiani sembra essere lo sport nazionale. Siamo davvero così malmessi?
«Purtroppo è la verità. Il design sarà sempre uno dei punti forti dell’Italia, qui abbiamo le aziende, che sono riuscite a coniugare perfettamente tradizione e tecnologia come nessuno al mondo, ma del fulgore creativo che ha vissuto la nostra generazione non c’è più traccia. Bisogna cercare i talenti fuori dall’Italia».
Che cos’hanno di così speciale i fratelli Campana?
«La straordinaria capacità di essere allo stesso tempo locali, quindi riconoscibili in quanto brasiliani, e di piacere globalmente».
Cosa vede nel futuro del design?
«Mai come ora il design si è intersecato con la gastronomia. I grandi chef sperimentatori di nuove forme, nuovi accostamenti, nuovi sapori stanno diventando a loro modo designer».
E nel suo, di futuro?
«Ormai io disegno molto poco, di contro parlo tantissimo, viaggio però in continuazione, mi confronto e tento di scoprire cose nuove. Forse vorrei vivere in Toscana e cucinare».
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