Approfondimenti
Approfondimenti
Adonella Appiani racconta la sua storia
| Adonella Appiani racconta la sua storia | ![]() |
![]() |
![]() |
Graziano Appiani non era nato in Veneto...
Nacque a Milano. […] Certe informazioni vennero perse.
Era nato in una zona milanese dove c’era la chiesa di San Giorgio, la quale in uno dei bombardamenti della Prima Guerra mondiale subì ingenti danni. Furono bruciati i documenti che riguardavano la nascita del nonno però in altri archivi è stato trovato qualcosa.
Nella chiesa di Santo Stefano ho trovato qualcosa, dove appunto c’è scritto proprio “Appiani Graziano conosciuto come creatore di brevetti” e il papà suo era un impresario edile.
Da Milano quindi iniziò ad occuparsi di brevetti di fornaci, che le aveva proprio chiamate Appiani evidentemente perché aveva apportato delle modifiche nei forni tipo Hoffmann tali da poterlo denominare forno Appiani.
La maggior parte delle realtà ceramiche, laboratori, artigiani, manifatture, industrie, sorsero nella zona a sud-est di Treviso, lungo il Sile. Perché Appiani si differenziò installando il complesso industriale a nord-ovest di Treviso?
Non è stato il nonno a creare l’azienda, bensì suo suocero che si chiamava Battistella. Molte proprietà invece che esistevano nei dintorni, duecentomila metri quadrati, erano della nonna, la quale era figlia unica.
Si chiamava Fornace Battistella, Bricito era un socio di questo Battistella. Graziano poi, sposando la figlia cambiò molte cose nella fornace e facendola diventare Fornace Appiani. Graziano prese in considerazione questo sviluppo industriale che poi presupponeva probabilmente anche un impiego di materia prima molto superiore.
Questa zona possedeva un’argilla eccezionalmente interessante, tutta completamente diversa da quella di Sassuolo.
Quella di Sassuolo è appenninica, scavavano dall’Appennino, viceversa invece qui è proprio un’argilla superficiale che sta sotto uno strato, che è quello coltivato, ma poi sotto ci sono almeno in genere sui 50 cm circa di questa terra che è argillosa e ha la particolarità di essere resistente quando cucina a certe temperature che sono circa 1200-1300 gradi. Creifica quindi diventa così resistente da poter subire anche tutti gli agenti atmosferici, per esempio anche il gelo. È assolutamente ingeliva, particolare sacro santo, ed è qui dove appunto un po’ c’è sempre stata la forza rispetto anche a Sassuolo.
Adesso la tecnologia ha molto cambiato quelle che sono le caratteristiche, con la famosa monocottura ad esempio.Però, proprio allo stato assolutamente naturale dell’argilla, non era porosa ed era questo che entusiasmava certi come ad esempio Giò Ponti. Tutto l’accedere al famoso grattacielo Pirelli è di produzione Appiani. Si vede tutt’ora, dopo tanto tempo, per dire che effettivamente il prodotto si pubblicizzava da solo.
Da non trevigiano però ha saputo fin da subito accorgersi che il luogo ideale non era quello seguito dagli altri ma un’altra zona.
Appunto, l’argilla qui nasce da detriti fluviali ed è il Sile che li ha portati nei millenni. E il Sile esiste anche lì nella zona verso San Giuseppe, ricchissima di argilla.
Infatti la Appiani aveva queste proprietà che erano tutte sue e con questo non aveva problemi di chiedere i diritti agli scavi perché le sfruttava. Non era una devastazione del territorio, pare invece che avvantaggiasse il terreno per il fatto di togliere questa parte che non assorbiva l’acqua.
Tutto sommato la cosa poteva andare perché poi teneva la terra come proprietà agricola. Questo è meno devastante di quanto non si possa pensare, perché per esempio a Sassuolo si demolisce l’Appennino.
Come ha convissuto questa grande industria in un luogo vicino al centro storico trevigiano?
Nel dopoguerra purtroppo è stata inglobata nella città. Allora ero io che amministravo l’azienda, mi sono sentita costretta a fuoriuscire. Quindi è stato un po’ l’inizio di una serie di problemi perché sapevamo che li c’era chi brontolava per i rumori, gli odori, i fumi, come se fossimo noi quelli che fossero sorti dopo, gli ultimi arrivati.
Per il mio orgoglio me ne sono andata senza chiedere niente, quando invece avrei potuto domandare al comune cosa mi dava per questa fuoriuscita, e invece avere proprio le ingiunzioni per entro dato giorno, dovevi andare via perché i cittadini naturalmente nei dintorni potevano protestare perché c’era un’industria.
Quindi abbiamo dovuto andarcene ed è stato un po’ traumatico per molti motivi. Comprammo a Roncade.
Come si evolse l’industria avviata da Graziano Appiani?
Prima l’Appiani il papà l’aveva ereditata, dal nonno Graziano, con tre sorelle perché nessuno dei figli maschi voleva interessarsi perché significava lavoro e, diciamolo pure tranquillamente, in quanto erano persone molto ricche […]. Erano comunque otto fratelli. Perciò in quattro, di cui tre sorelle e il papà avevano acquisito l’azienda più altre proprietà e gli altri non ne hanno voluto sapere.
Dopodiché tutto quanto era stato pian piano venduto dalle sorelle al gruppo Volpi di Misurata. Alla fine noi avevamo metà proprietà e il Gruppo Volpi l’altra metà. Era un’industria che aveva acquisito caratteri un pò di un’industria di tipo burocratico, se vogliamo, con mentalità molto al di là di quello che poteva essere l’entità o la dimensione dell’azienda perché erano finanzieri. Uno in particolare, che aveva più a che fare con Giuseppe Volpi, quello che ha creato Marghera, il grande finanziere di quei tempi con Cinni e con Gaggia a Venezia, quindi questo finanziere che era appunto una persona assolutamente vicina a Giuseppe Volpi vedeva l’azienda così come un qualche cosa che non era secondo me misurato all’azienda. Poi soprattutto noi come proprietari non potevamo neanche guardarla perché eravamo, il papà nel frattempo era morto, ormai fuoriusciti pur avendone la proprietà.
Ad un certo punto abbiamo acquistato il tutto, io con la mamma e mia sorella, e questo ci è costato sacrificio finanziario. Da quel momento sono cominciati i guai di tipo finanziario. C’è stato poi il trasporto, la fuoriuscita dell’Appiani, momenti ondulanti della ceramica e poi non solo, i sindacati molto robusti.
Oggi a distanza di circa 20 anni esiste ancora un piccolo mezzo che porta operai da Treviso allo stabilimento. Perché l’obbligo era quello di dire: “non ci serve neanche un operaio” ed erano tutte persone che avevano circa una media di 55 anni di età e trovarsi in una nuova industria lanciatissima è stato per loro molto dura. Quindi operai che sapevano si e no lavorare in una fabbrica di un certo tipo e passare in un’altra assolutamente automatizzata è stato un cambiamento radicale. Con un prodotto che poi è l’unico in questo momento che mi risulti, unico al mondo perché l’Appiani fa un prodotto che non è esattamente una monocottura, è precisamente una monopressatura.
Ecco cosa succede nell’evolversi dei tempi in un’industria che sopravvive, ma è sopravvissuta con notevoli sforzi da parte soprattutto della proprietà. Diciamo che gli imprenditori di solito non hanno forse questa percentuale di sentimentalismo che io ho avuto perché forse tendono più a pensare che le proprie tasche non si alleggeriscano […].
Si pensi a trovarsi con questi operai, brava gente del vecchio tipo, del vecchio Veneto, però purtroppo gli altri assumevano il ventenne e noi avevamo operai di 55 anni, con sindacati che sapevamo come si comportavano, quindi non è stato facile. Ed è quasi miracolo che l’Appiani sia ancora attiva, è stata una mia impresa un po’ folle di cui sono soddisfatta.
L’Appiani oggigiorno fa mosaico, e questo è quello che ha portato ad un margine di contribuzione notevole, cosa che io ai miei tempi non avevo.
Adesso addirittura fa il mosaico un centimetro per un centimetro, piccolissimo.
Perché ora Appiani è a Oderzo?
Fenomeni di tipo politico. A Roncade c’era un sindaco, Luca Sartor soprannominato “fasso tutto mi” e questo dice tutto, a un certo punto è stato condannato per falso ideologico perché probabilmente faceva troppo, non si sa. Ci sono stati quindi dei problemi col sindaco. Alla fine noi abbiamo preso il terreno che era della curia vescovile di Vittorio Veneto, a Oderzo.
Anche in questo caso i tempi vanno ben calcolati nelle fabbriche. Posticiparono di almeno due anni tutti i programmi e con questo anche nella vendita del terreno alla Cassamarca, la quale acquistò l’area per un prezzo ben diverso.
Adesso continua con una diversa produzione, mi spieghi questa monopressocottura della quale ho sentito parlare.
Non mi sono mai incaricata particolarmente anche perché in azienda facevo un tipo di lavoro lontano da quello che era il tecnico. Comunque la monopressocottura è molto semplice. In generale non è stata effettuata da altri perché è un po’ più lenta, riduce un pochino la velocità di produzione. Quando è pronto il prodotto in polvere, da mettere nella parte anteriore alla pressa, viene aggiunta una parte superficiale che è sempre quella più che sufficiente ai fini dell’usura, lo smalto.
Quindi c’è una mescolanza nel centimetro che è superficiale tra smalto e argilla per cui è difficile l’usura in quanto lo smalto non va via perché è mescolato all’argilla.
L’inizio della produzione è stato molto significativo, perché impianto diverso, personale vecchio, nuovo prodotto, insomma è stato fatto tutto sovrapposto. Completamente un altro mondo, ma alla fine ce l’abbiamo fatta.
Tornando alla monopressocottura, per esempio in Giappone dicevano: “ma voi sapete cos’avete?” Perché si aggiunge ad un prodotto creato con argilla del Sile un trattamento superficiale con smalto e argilla. Abbiamo lavorato moltissimo, soprattutto in Giappone, ma anche in tutto il mondo, per raggiungere questo obiettivo.
Deriva comunque da ricerche interne dell’Appiani. Ho visto tutti i grandi interventi fatti in Giappone su centri commerciali straordinari, bellissimi, tutti realizzati con queste pavimentazioni dove passano migliaia e migliaia di persone. Anche alla stazione di Treviso c’è una parte di pavimentazione Appiani. Se proprio ci cadono sopra quintalate allora è logico che si può rompere la piastrella ma ai fini dell’usura non si consuma mai.
In Appiani, anche se in modo diverso, hanno collaborato artisti, designer, architetti. Le faccio due nomi: Pianezzola e Ponti.
Ponti in una fase anteriore se vogliamo, prima di morire perché ormai era anziano. Mi dava anche dei consigli tecnici, quando era già novantenne, per come fare certi lavori.
Pianezzola era “stabile”, nel senso che era un collaboratore esterno. Era un designer assolutamente di qualità.
Secondo me Pompeo Pianezzola è un grande personaggio, un grande artista. Per le piastrelle prodotte in bicottura (ossia su supporto viene effettuata una smaltatura, tramite filiera la piastrella passa e viene smaltata, cosa che oggigiorno penso non si faccia neanche più) produsse molti bei disegni. Anche perché la bicottura permetteva di ottenere dei colori più belli, perché cotta a temperature più basse.
Pianezzola è servito per la produzione industriale oppure per produzione di piccola serie?
Poteva essere stato anche un errore mio, […] io insistevo perché Pianezzola mi facesse tutto il prodotto di un certo tipo in modo da avere quest’immagine di un’Appiani che nel disegno era un’Appiani di tutta qualità. Lui è una persona che non si abbassa facilmente a fare determinate cose, e giustamente. Perché non si può chiedere ad un artista: “fai cose brutte perché il grosso pubblico le accetta, non si può se è un artista serio”. E lui diceva: “non c’è niente da fare”.
Se non si fa capire alla gente quello che è bello e quello che è brutto non c’è niente da fare, ti qualificano il bello e il brutto, questa è purtroppo la situazione, perché assuefatti da quello che gli sta intorno. Ed esiste tutt’ora, Bepi d’Avanzo dice sempre che “il pubblico bisogna educarlo” […]. Pensiamo a Cottoveneto che produce pochi metri in rapporto a quella che può esser una grande industria, quello sì, può vendere, certe cose anzi sopravalutarle perché magari riesce a convincere la gente che il suo prodotto è diverso e con questo ha un problema che si limita a quelle quantità; ma chi ha una grande industria è difficile poter competere.
Altra cosa, non si possono mai fare le cose fuori tempo. Noi eravamo sempre troppo avanti, anche quello è un difetto, però al momento non riesci a venderlo perché la gente non l’accetta.
Fuori dall’Italia invece è tutto diverso. Per esempio il Giappone è stato un cliente ottimo. Il presidente di questa società giapponese che comprava tanto da noi, era una persona che veniva qui in Italia e andava a vedersi le mostre migliori. I nostri commerciali invece non sono mai stati così colti.
Bigliografia
A. Appiani, Un’industria trevigiana grande nel mondo, in “Cassamarca”, V, 1991, n. 3, 21 settembre.
A. Dalle Mule, TREVISO CERAMICA. Intrecci tra arte e industria, tesi di laurea, relatrice Raimonda Riccini, IUAV - facoltà Design e Arti, Venezia 2005-2006, pp. 201-205.
A. Squizzato, E Hollywood scelse Appiani, in “Cassamarca”, V, 1991, n. 3, 21 settembre.
Articoli correlati:
- Twitter, ultima generazione di network
- ZOW, la fiera della qualità
- BarCamp in Ghirada: la non-conferenza si mischia allo sport
- New York: design per la "sopravvivenza"
- Luoghi di valore
- 75 Ore LORENZ
- Shift, la bicicletta "easy"
- "Il mobile significante" - L'elemento d'arredo nei luoghi dell'attesa
- Prix Émile Hermès - Le sens de l'objet
- Affermarsi attraverso il Design: incontro di approfondimento dedicato al packaging













Commenti degli utenti (0)![]() |
|








(0 voto)
Visite: 83