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Aldo Tognana racconta la sua storia PDF Stampa E-mail
lun 08 ottobre 2007 00:00 Alex
Tags: tognana, design, designer, storia del design.

APPROFONDIMENTO. CERAMICA TREVIGIANA 

Intervista inedita a Clarimbaldo Tognana, fondatore di una tra le più importanti industrie ceramiche, un protagonista della storia industriale trevigiana (Sant'Antonino - Treviso, 29 gennaio 2007)

 

Mi parli degli sviluppi che ha avuto la famiglia Tognana, nei laterizi e nella ceramica per la tavola.

Dopo tante ricerche fatte sono riuscito a sapere che la famiglia Tognana proviene dalla Valtellina. Nel 1700 avvenne un terremoto e gli abitanti lasciarono la zona. Siccome la mia famiglia era già in contatto con i veneziani, si è sistemata qui a Treviso vicino al veneziano. Evidentemente i miei antenati avranno avuto esperienza nel ramo dei laterizi e venendo qui cominciarono a produrre laterizi. Questo quindi nel 1700. Io ho trovato un catalogo di una fiera-mostra che fecero a Torino, dove è indicata la nostra azienda come nata nel 1775.
Loro fecero la prima fabbrica all’antica, come si faceva allora […] e successivamente venne scoperto il forno Hoffmann. Qui fu montato tale forno. I miei antenati si sistemarono qui e questa casa fu costruita in quel tempo, non tutta però, perché una parte l’ho ampliata io. Comunque questa, dove è entrato lei adesso, è la parte vecchia e risale al 1820, quindi vuol dire che allora erano già qui, avevano già costruito la loro abitazione.
togana_01.jpgPoi da mio bisnonno si è arrivati a mio nonno, che portava anche lui il nome Clarimbaldo. La ditta si chiamò Clarimbaldo Tognana che poi sarebbe il mio nome. Mi chiamano e mi faccio chiamare Aldo ma credo di essere l’unico in Italia che porta questo nome […].
Quindi la ditta è sempre andata avanti col nome di Clarimbaldo, anche quando è deceduto mio padre che si chiamava Alessandro.
Quando era ancora in vita mio padre cominciò ad avviare a lavorare mio fratello nella fornace.
Mio fratello si chiamava Alessandro come il papà, io invece porto il nome del nonno […]. La fornace naturalmente continuò a progredire, venne modernizzata, poi col passare degli anni io cominciai a lavorare.
Prima studiai ingegneria all’Università di Padova, mi laureai in ingegneria. Io sono del 1920 e mi sono laureato nel 1942, a 22 anni, perché ero il primo figlio maschio e mio papà voleva che facessi in fretta gli studi. Allora ho saltato la 4 e 5 elementare e il 3 anno di liceo, iniziando l’università a 17 anni. A 22 anni quindi ero ingegnere.
Nel 1942 ho fatto un anno di militare e l’8 settembre per fortuna mi trovavo a casa in licenza provvisoria, dovevo andare dal mio reggimento che era in Grecia. Avevo fatto il corso di ufficiale a Potenza e dovevo presentarmi il 5 settembre come tutti gli altri compagni d’armi. Se nonché mi è venuta un’infezione al ginocchio, ho chiesto una settimana di proroga, che mi ha salvò la vita perché l’8 settembre mi trovavo a casa.
Allora ho cominciato a interessarmi un po’ della resistenza, facendo tutto il periodo della resistenza attorno a Treviso. Eravamo un gruppo, io ero il comandante della Brigata di Treviso, si chiamava, tengo anche delle foto di questa brigata.
Lavoravo assieme con mio fratello, ma già nel 1946 decisi di intraprendere una diversa strada. Questo perchè durante la guerra avevamo ospitato un capo reparto della Fontebasso. In quel periodo la Fontebasso era stata anche bombardata a Treviso, così questo capo reparto ci ha insegnato i primi rudimenti della ceramica, che poi non si chiama ceramica.
Ceramica è un nome generico che non si deve usare perché si deve usare per intendere ceramica. Come ceramica è un lavabo, come ceramica è una piastrella, come ceramica è un piatto, come ceramica è un isolatore, la ceramica è il nome generico.
Le fabbriche di ceramica, per esempio quelle di Sassuolo delle piastrelle, sono tutte ceramiche, però con vari settori: il settore sanitario, i lavabi e le vasche da bagno e tutto quello che serve per il bagno; il settore di ceramica da tavola e allora nella ceramica da tavola e come in altri settori la ceramica comincia a distinguersi da maiolica che è la ceramica fatta con la terra rossa e dopo con lo smalto coprente in modo che il prodotto diventi bianco, che è la più economica. Naturalmente adesso non si fanno più i piatti così e si è passati dalla maiolica, come abbiamo fatto noi, che io ho cominciato, fino alle varie specie di porcellana.
Io ho fondato la Ceramica Tognana nel 1946, un anno dopo la guerra. Ho costruito un capannone di fianco alla fornace e ho cominciato a produrre sempre con questo tecnico che proveniva dalla Fontebasso e che divenne direttore.
Si chiamava Gasparini, è con lui che abbiamo cominciato a produrre. Abbiamo trovato a Nove di Bassano un’azienda che produceva l’impasto, si chiamava “cecchetto”, un impasto di terraglia perché naturalmente è diversa dalla maiolica. La terraglia è fatta col caolino, quarzo eccetera, tutta un’altra composizione. La vernice che si applica poi fa da coprente, e se è trasparente si chiama vetrina. Esistono principalmente due tipi di terraglia: la terraglia dolce, cotta a più bassa temperatura, e la terraglia forte come faceva la Fontebasso, una delle aziende più vecchie in Italia. E’ stata una delle prime che ha fatto questa ceramica forte, terraglia forte. Aveva lo stabilimento vicino a San Francesco a Treviso, poi il luogo fu bombardato e adesso ci sono appartamenti. Si sistemarono a Monigo, facendo una fabbrica nuova, che poi a suo tempo abbiamo comprato noi.
Tornando alla nostra produzione, siamo passati dalla maiolica alla terraglia e per diversi anni abbiamo fatto questa produzione di terraglie.
Successivamente avevo conosciuto il direttore della Richard Ginori di Sesto Fiorentino che era andato in pensione. Ha cominciato ad insegnarmi la porcellana perché lui faceva porcellane.
togana_02.jpgAllora ho cominciato a produrre tazzine da caffè con piattini, partendo dalle cose più piccole, più semplici, e un po’ alla volta abbiamo lasciato la terraglia passati alla porcellana; ma una porcellana che non era la porcellana di Richard Ginori.
La porcellana è molto diversa dalla terraglia. Ad esempio lei prende un piatto di terraglia: a biscotto ha sempre minimo il 5% di porosità, passa a  6%, passa a 7% . La porcellana invece, tutti i tipi di porcellana, la porosità passa a 0%. Difatti la durezza che ha la porcellana sulla scala di Mohs è al punto 8, è uguale al topazio praticamente, non è porosa quindi è molto dura. Infatti se lei sbecca un piatto di porcellana non è che, come nel caso della terraglia che è porosa sotto la vernice un po’ alla volta usandolo diventa nero dove c’è stata questa crepatura, questa rottura; invece la porcellana resta bianca perché non assorbe e allora è un prodotto naturalmente più delicato, più difficile da produrre.
Siccome avevo dei forni per la terraglia non dovevo superare una determinata temperatura e allora abbiamo prodotto la porcellana sul sistema americano che si chiama Vitreus China e facevamo una cottura sui 1240 gradi. Questa è la cottura che va bene per questo Vitreus China. La porcellana invece normalmente va oltre i 1300, dai 1300 ai 1400 gradi.
Sono passato dalla produzione più semplice delle tazzine da caffè a fare un po’ tutto e successivamente nel 1966, cioè vent’anni dopo che avevo costruito ed ero partito a Sant’Antonino con la prima ceramica, ampliandola ma rendendomi conto che non ci stavo più con gli spazi. Le richieste allora erano molto forti, quindi abbiamo costruito la Sebring a Casier, per distinguerla dalla Ceramica Tognana la chiamavamo Sebring, dopo i timbri si confondevano con Tognana e Sebring, però essendo un’altra società dovevamo anche distinguerle.
A metà di questo mio percorso nella ceramica, io e mio fratello ci siamo divisi. Mio fratello ha abbandonato il mio settore della porcellana e si è dedicato tutto ai laterizi. Dopo con altri amici ha costruito la Tegolaia, poi ha fatto anche le betonelle, il nuovo prodotto da esterno. Ha fatto delle fabbriche anche in giro per l’Italia. Io invece mi sono dedicato a questo settore e nel 1966 ho fatto la Sebring a Casier, che ho raddoppiato poi nel 1968, due anni dopo.
E siamo andati molto avanti, nel 1970 mi è venuta un’occasione: avevo un concorrente che aveva costruito una grossa azienda a Monopoli di Bari. Volevano abbandonare questa azienda e così l’ho comprata io. Ho lavorato lì dal 1970 al 2000, trent’anni a Monopoli di Bari.
Nel frattempo ho fatto 2-3 anni alla Galvani di Pordenone, per dare una mano lì. Era un’azienda che era stata costruita nuova ma fatta male, avevano sbagliato forno e quando si sbaglia forno si rovina la fabbrica perché naturalmente il forno è il cuore della cottura. Perché lei sa che si fanno 2 o 3 cotture. Nella prima cottura si fa il biscotto, nella seconda cottura si fa la vernice, si cuoce la vernice alla fine si fa la terza cottura della decorazione, la quale decorazione può essere sopra smalto che allora si fa sui 700-800 gradi (adesso naturalmente usando le lavastoviglie è diventato sempre più difficile fare sopra smalto perché si consuma) […] e allora si fa una cottura un po’ più bassa della cottura della vernice che si era fatta prima e la decorazione, che poi sono decalcomanie passa sotto e quindi resta indelebile perché finché non si consuma la vernice la vetrina non si va ad incidere sulla decorazione.
Poi per 3-4-5 anni sono stato in Germania presso la Jäger a Marktredwitz, che è una cittadina al confine con la Boemia, proprio a pochi chilometri dalla Cecoslovacchia attuale. Anche lì c’erano tanti problemi. Eravamo proprio a casa dei tedeschi, quindi c’era tutta una concorrenza. Era la prima volta che uno straniero andava in quella zona, che è proprio la classica Baviera, la porcellana di Baviera. Era una fabbrica vecchia. Abbiamo fatto un esperimento perchè era stato sollecitato dalle autorità di riservare quella produzione perché i titolari erano anziani. Abbiamo provato per un po’ di anni ma poi abbiamo abbandonato perché c’era tutto da ristrutturare; lo studio di una ristrutturazione totale ha dimostrato che non valeva la pena.
Tornando in Italia ho fatto un esperimento con la Galvani per fare porcellana d’albergo. Poi c’è stata la Fontebasso che è andata in fallimento, allora l’abbiamo comprata noi. Lì abbiamo fatto sempre terraglie forti come ha sempre fatto la Fontebasso per una vecchissima tradizione.
Negli anni ’90 i paesi dell’est hanno cominciato a entrare nei nostri mercati, favoriti dalle libertà. Prima c’era un piccolo dazio doganale, poi fu tolto e ha cominciato la Polonia, l’Ungheria, la Cecoslovacchia eccetera a portare sempre più produzione di articoli da tavola, aggravando il mio settore. […] Poi è arrivata la Cina e come è entrato il prodotto cinese hanno cominciato soprattutto i supermercati a servirsi di queste porcellane. Hanno messo in grosse difficoltà tutto il nostro settore in tutta Europa.
Difatti le fabbriche tedesche, le fabbriche inglesi hanno ridotto al minimo la produzione tanto per mantenere il marchio di fabbrica e alcune hanno chiuso. Una fabbrica inglese con un nome grosso aveva più di 2000 persone e adesso ne ha 150.
I miei concorrenti diretti erano i tedeschi, il mio concorrente maggiore era Winterling che aveva 5 fabbriche e le ha chiuse tutte e 5. Rimasero quelle fabbriche tipo Rosenthal, che erano nomi famosi e mantengono il marchio.
A questo punto arriviamo al nostro caso, io ero anziano come lo sono tutt’ora e non volevo lasciare queste preoccupazioni ai figli perché il nostro settore, più che una fabbrica manifatturiera, è proprio manifattura al 100%. E’ come se fosse un grosso artigianato dove l’incidenza di manodopera è altissima. Fare concorrenza ai cinesi avendo un’incidenza di manodopera altissima è praticamente impossibile.
Io ricordo di essere andato a fare una consulenza in Cina negli anni ’90 e in quegli anni un operaio da noi costava 35, 40 milioni all’anno. Ho trovato lì una fabbrica di 1000 operai dove il costo totale, compresi i dirigenti, era un miliardo: un milione per dipendente e noi ne avevamo 35-40 e quindi scelsi di abbandonare. Tognana l’avevamo già fermata e abbiamo tenuto la Sebring. Quelli che stanno attualmente alla Sebring, quelli che hanno acquistato da noi, erano i miei primi clienti, perché sono commercianti.
E quindi loro hanno preso questa fabbrica, l’azienda Sebring, facendo ora un po’ di produzione sempre sfruttando il marchio Tognana che è conosciuto come uno dei primi marchi della produzione di porcellana dopo la Richard Ginori.
Le dicevo che questo è un grosso artigianato e quindi non si poteva proseguire. Infatti la crisi ha colpito tutta l’Europa. Noi abbiamo ceduto a questi commercianti, che praticamente qui hanno fatto la valle del loro commercio, sviluppandolo un po’ dappertutto. Loro vengono da Milano, da Rho di Milano e quindi qui non avevano nessuna base. Ora l’hanno creata e fanno il loro lavoro di ingrosso, al dettaglio, e fanno ancora un po’ di produzione che è stata notevolmente ridotta da quello che facevo io.
Nel dopoguerra, nel settore della porcellana noi eravamo quelli che producevano di più. Difatti io sono arrivato, tra una cosa e l’altra, tra una fabbrica e l’altra, solo di piatti ne facevo 2 milioni al mese senza contare gli altri pezzi per la cucina, per la tavola eccetera. Poi ho dovuto ridurre sempre per questa concorrenza, vendendo.
Adesso i miei figli sfruttano naturalmente le conoscenze che avevamo allora e facciamo come facevano i vecchi veneziani, comprano ad est e vendono ad ovest.
Mio figlio e mia figlia adesso servono tutte le aziende e la grande distribuzione con cataloghi per regali, allora vendiamo tazze, piatti, vetri, pentole di rame, tutto quello che troviamo alle fiere cinesi, in giro per le fabbriche.
In campo europeo abbiamo cominciato a entrare nel settore della porcellana d’albergo che è una porcellana un po’ diversa. Avevamo già cominciato a farla nelle nostre fabbriche e adesso abbiamo fatto delle forme, disegnate da noi e poi realizzate da queste ditte cinesi.
Adesso loro continuano questa diversa attività, sempre nel settore degli articoli per la casa e per la tavola.
Questa è un po’ la storia della mia ceramica.


Perché scelse di dividersi dalla produzione laterizia?

La produzione del laterizio essendo più vecchia l’avevo ereditata io dal papà, poi ci siamo in un certo periodo interessati tutti e due, io e mio fratello.
Mio fratello di ceramica non ha mai voluto interessarsi e per motivi un po’ caratteriali […] ci siamo divisi, io mi sono tenuto il settore porcellana e lui si è tenuto il settore nostro tradizionale dal quale io avevo sempre lavorato, perché io i laterizi ce li avevo nel sangue.
Dopo nel 1946 ho incominciato ad interessarmi anche di ceramica. Durante la guerra era venuto un operaio siciliano che lavorava al tornio e facevamo quei grossi vasi da limoni che cuocevamo nei forni della fornace, cioè prendevamo l’argilla della fornace, quella con cui si fanno i mattoni e questo operaio con il tornio faceva dei grandi vasi, e si potevano cuocere solo in mezzo ai mattoni a temperatura bassa, perché era argilla da fornace.
Ognuno quindi ha fatto la sua strada. Mio fratello alla lunga più fortunata della mia, perché io ho avuto tutta la fortuna nel passato, poi però ho avuto questa crisi dovuta alla concorrenza, mentre i laterizi non hanno concorrenza. E’ come se lei avesse una cava di ghiaia: non sono certamente i cinesi che portano la ghiaia qui! E così mio fratello e mio nipote adesso, esportano in Medio Oriente le tegole perché ci sono dei paesi che non hanno l’argilla.
Noi siamo ricchi di argilla però non abbiamo caolino. Tutte le materie prime, escludendo l’argilla, le trovavo all’estero, non c’era niente che comprassi in Italia. Perché argilla ne abbiamo molta, caolino lo avevano trovato vicino a Vicenza e lo usavano le ceramiche di Nove, però non era un caolino di qualità tale da fare un prodotto bianco come la porcellana. Abbiamo più volte provato ad utilizzare il caolino di Vicenza però non era la qualità del caolino che occorreva per una fabbrica che voleva fare qualità, una produzione di un certo livello.


All’apice del suo successo lei possedeva un gruppo non indifferente di industrie. Il possesso di un gruppo industriale ha favorito la ricerca di nuovi materiali?

Si, solo Monopoli però aveva il nome Tognana, le altre mantennero i propri marchi.
Per i materiali non ci furono sviluppi significativi, perché erano materiali noti che potevamo acquistare in Germania o in Francia, Svizzera. Il caolino invece lo abbiamo sempre comprato in Inghilterra. Lì hanno sempre fatto una bella terraglia inglese, che era molto chiusa; quando le parlavo di porosità, quella che era la più chiusa era la terraglia inglese. Poi loro avevano la tradizione, la loro specialità era quella porcellana che si chiamava Bonne China, il termine “bonne” corrisponde a “osso”.
Mentre una porcellana comune la si fa con caolino, quarzo e felspato potassico (come elementi principali), la Bonne China invece ha la particolarità del felspato fosfatico al posto del felspato potassico. Questo particolare forma la Bonne China, che è un prodotto che è cotto a temperatura più bassa della porcellana ed è più duro della porcellana, supera la porcellana come durezza, solo che essendo cotto a temperatura più bassa la vernice anch’essa veniva cotta a temperatura più bassa.
Quindi come durezza della vernice è migliore la porcellana, però la qualità della Bonne China è che ha una trasparenza che non ha la porcellana. La Bonne China ha un colore paglierino caldo, è molto più calda della porcellana, è sottile ed è trasparentissima. Questa è la particolarità della Bonne China inglese.
Gli inglesi compravano le ossa degli animali che ammazzavano in Argentina. Il felspato fosfatico si trova anche in miniera ma loro hanno sempre sostenuto che il felspato fosfatico delle ossa sia migliore. Anche loro poi hanno dovuto sottomettersi alla Cina.
Adesso credo che la Cina come qualità abbia superato anche l’Italia come nel settore delle piastrelle, dove hanno fatto passi da gigante. Sono molto bravi anche gli spagnoli. Gli italiani fanno una bellissima produzione a Sassuolo, Reggio Emilia, Modena, e sono ancora sul mercato nonostante la concorrenza cinese.
La piastrella gioca sugli smalti: hanno fatto anche la piastrella tipo porcellana e la piastrella dura ma la bravura delle industrie italiane che hanno avuto successo nel mondo viene dallo studio dei colori, l’impasto e dei disegni che fanno sui piatti. Cosa che invece non sono riusciti mai a fare in Germania.
In Germania è stato importante il “polo”: tutta la tecnologia delle piastrelle se la sono creata loro in quell’area. Quindi uno studiava la linea di produzione di un tipo, l’altro dell’altra, uno per decorare, l’altro per cuocere, insomma ognuno aveva la sua specializzazione, creando così un polo industriale della piastrella.
Nel settore nostro invece, è inconcepibile un “polo” per fare la produzione che facevo io, c’era una fabbrica qua, una a Monopoli, eccetera. Questo perché a suo tempo i miei predecessori avevano avuto delle agevolazioni per dare lavoro, la famosa cassa del Mezzogiorno.
Il vantaggio che è notevole della piastrella rispetto al piatto è che la piastrella ha una dimensione più stretta, più larga, più grande, ma è sempre piatta. Quindi lei quando ha fatto una linea la può meccanizzare come una linea di laterizi perché è a due dimensioni. Invece il piatto piano non è il piatto fondo, per la tazzina si deve far la tazzina, si deve fare il manico, la caffettiera è fatta a colaggio quindi tutt’altro sistema, con gli stampi sempre in gesso colando la barbottina liquida, ogni forma quindi ha il suo stampo. Per questo è un grosso artigianato il nostro.
Alla fine c’è un’incidenza di manodopera che, al giorno d’oggi, manifatture come la nostra non possono sostenere.


Quali importanti sviluppi avvennero nel suo settore produttivo?

Una volta il biscotto si faceva con la pasta e si modellava con il tornio, adesso invece si fa tutto a pressa. I piatti vengono fatti a pressa e non più a tornio, quindi si riduce la pasta. Nelle macchine entra la polvere e poi viene fatto il piatto.
Questo ha portato dei grandi vantaggi. Quando si lavorava al tornio poteva essere che la pasta al centro era più compressa e ai lati era meno compressa, e nella porcellana se un piatto è così viene fuori storto, da scartare. Invece nella pressa questo pericolo viene scartato quasi completamente perché la pressa pressa in tutti i punti uniformemente.
Diversi cambiamenti sono stati fatti anche nel colaggio perché le fabbriche che facevano sanitari hanno trovato dei sistemi molto economici.


Il fatto di avere altre aziende nel territorio europeo le è servito per accomunare alcune tecnologie?

Si, naturalmente. La prima esperienza che ho voluto fare, quella di passare dalla terraglia alla porcellana, mi ha portato a conoscere il direttore generale della Richard Ginori. Precedentemente lui si era fatto tutta l’esperienza in Germania, lui aveva lavorato nel gruppo Rosenthal. Per rendermi conto, la prima cosa che ho fatto, sono stato con lui una settimana, 10 giorni in Germania e la prima esperienza l’ho fatta visitando tutte le fabbriche della Rosenthal, e allora ho visto come si lavorava.
Ho visitato molte fabbriche anche in Cina, Ungheria, Cecoslovacchia e sapevo quali erano le macchine che si usavano.
Oltre alle macchine è importante l’impasto. Se si ha un buon impasto si ha un buon prodotto. Questo impasto deve essere puro, bisogna lavorare in un ambiente molto pulito, è un mestiere difficile che adesso con la tecnologia lo hanno un po’ semplificato. Per esempio fare Bonne China, come le dicevo, non è come fare porcellana, è più difficile, è molto più difficile la Bonne China.
Io ho prodotto Vitreus China che è un po’ come la Bonne China, ma non aveva il felspato fosfatico, però aveva le stesse temperature di cottura. Il Vitreus China che facevamo noi non aveva la trasparenza del Bonne China ma il vantaggio era che era un prodotto duro.
In Italia si era abituati a mangiare sulla terraglia, sulla maiolica, poi hanno utilizzato la porcellana modificando anche gli spigoli in modo da renderla più resistente alle sbeccature. Insomma io ho ancora chi ha piatti miei di 30 anni fa e li usa ancora, e sono indistruttibili.



Bigliografia

Alex Dalle Mule, TREVISO CERAMICA. Intrecci tra arte e industria, tesi di laurea, relatrice Raimonda Riccini, IUAV - facoltà Design e Arti, Venezia 2005-2006, pp. 189-196.



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lun 08 ottobre 2007 00:00 Alex
Questo articolo è stato inserito il giorno lun 08 ottobre 2007 00:00. Puoi seguire i commenti a questo articolo attraverso il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento. Tags: tognana, design, designer, storia del design. Ultima modifica: mar 23 ottobre 2007 11:45
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